Negrita unplugged 2013, la recensione del concerto

di Tommaso Cazzorla per onstageweb.com

NegritaTeatro Manzoni, Bologna, 21 novembre 2013. Diciamolo subito, per i Negrita, quella dell’unplugged, è una scusa. Non perché il loro repertorio, rimaneggiato a dovere, non meriti l’attenzione dei nuovi arrangiamenti – in verità molto riusciti – o perché il teatro non sia un luogo consono per ospitare i ragazzi toscani. Lo spettacolo è in tutto e per tutto riuscitissimo, a iniziare dalla bella scenografia con tappeti e tavolini che trasmette subito intimità, fino ai giochi di luce, che nei momenti migliori (Bum Bum Bum, Splendido) basterebbero da soli a emozionare. Non è neanche un discorso puramente di forma perché, anche se è vero che gli strumenti sono amplificati e quindi non si potrebbe parlare tecnicamente di “set acustico”, l’approccio significativo è quello di voler tornare all’anima dei pezzi, e anche se la veste è tutt’altro che minimale, quella che emerge è comunque la loro vera natura.

Dico che è una scusa perché tutti, sia sul palco che sotto, un po’ la soffrono, la “dimensione teatro”. Per tutta la prima parte si tiene il freno a mano tirato: si apprezzano gli arrangiamenti dei pezzi, si assaporano le atmosfere inedite di Malavida in Buenos Aires (dichiaratamente ispirata a DjangoReinhardt), il ritorno al blues dei brani del primo album Cambio e Bum Bum Bum, o l’approccio più essenziale di Ho imparato a sognare…ma il pubblico sta a fatica sui seggiolini, per quanto ci provi e apprezzi lo show, la pancia gli dice di fare altro e non aspetta che un’ occasione per alzarsi e dimostrare fisicamente il proprio entusiasmo. Succede sul ritornello di Sale, Pau si fa trascinare dal ritmo e scatta in piedi: è il segnale. Tutti in platea si alzano e non si siederanno più. E non si può certo dire che la cosa dispiaccia alla band. Da quel momento Pau si lascia andare di più, e il repertorio si sposta su canzoni più ritmate, come la versione reggae di Rotolando verso Sud, dove anche Mac e Drigo non ce la fanno più a stare seduti e scattano su, sfogando tutta l’energia finora contenuta. E allora l’unplugged è una bellissima scusa per riprendere in mano i vecchi pezzi, rimaneggiarli e ritrovare tutto l’entusiasmo di quando sono stati composti, una scusa per i Negrita di dimostrare in un modo diverso quanto amino le loro canzoni, e più le amano più le stravolgono.

Vale la pena spendere due parole sul teatro. Anche se il concerto in parte ne sovverte le regole e le consuetudini è bellissimo vedere come la band riesca a trasformarlo in uno spazio intimo e personale, o vedere come le maschere si fanno in quattro per ricordare al pubblico che non può fotografare, cosa ben strana per chi è abituato ai club. E, ultimo ma non ultimo, l’acustica meravigliosa del teatro permette di cogliere ogni singola sfumatura dei nuovi arrangiamenti con una qualità di suonoimpensabile per qualsiasi altro locale. Visto che di musica stiamo parlando è giusto gioire anche di questo.

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