Goodbye, Lou Reed

lou-reedUno dei più grandi rocker degli ultimi cinquant’anni, vera araba fenice, perché dato per morto tante volte e poi puntualmente risorto, a questo giro, no, non ce l’ha fatta: ora, può andare davvero sul lato «selvaggio», l’ignoto, come cantava in un brano che diventerà manifesto di una generazione «Walk on the Wild Side» . Lou Reed è morto a 71 anni, secondo quanto è rimbalzato inizialmente dai siti americani per poi diffondersi viralmente in tutto il mondo. L’eroe maudit dei Velvet Underground aveva subito un trapianto al fegato nel maggio scorso e, proprio per delle complicazioni in seguito all’operazione, è deceduto a Southampton, il sobborgo newyorchese dove si era trasferito con Laurie Anderson, compagna di una vita.

Nato nel 1941, Lou, figlio della buona borghesia ebraica di New York, si diede una missione fin da subito, nel Village ribollente degli anni 60: scandalizzare proprio la crema benpensante da cui proveniva. Come? Introducendo nel rock «stardom», tutto sommato convenzionale in ambito di genere, il concetto di diversità, le storie negate dei loser, i tossici e gli omosessuali.

E alzando l’asticella, l’arte applicata alla musica, non più una roba da sempliciotti bevitori di birra. Andy Warhol s’innamorerà dell’estro di questo ragazzotto e si inventerà con lui i Velvet Underground. Dal 1966, solo quattro anni e quattro album, ma una band che scriverà capitoli fondamentali della storia del rock con brani come«Sweet Jane», «Venus in Furs » o «Pale Blue Eyes».

A Lou i Velvet però non bastano e negli anni 70 si mette in proprio . Per diventare ispiratore assoluto e nume tutelare del punk newyorchese: voce di carta vetrata, al limite del monocorde, chitarra devota all’essenziale, nemico degli arzigogoli in voga allora, gli assoli inutili e le tastiere oppressive. E con allievi d’eccezione come i Ramones o Patti Smith. Nichilista e autodistruttivo Lou, schiavo senza pietà dell’eroina, sembra dover morire giovane come tanti altri eroi della sua generazione. Non accade, nonostante disastrose performance e crolli verticali, Reed arriva miracolosamente indenne agli anni 80, non senza lasciare per strada almeno tre capolavori : «Transformer» (con la succitata «Walk On The Wild Side» e l’altrettanto splendida «Perfect Day»), « Berlin» e «Coney Island Baby».

Tratto da Corriere.it del 28/10/2013

 

Tags:

About iudex